Ritratti fuori dal tempo. Intervista ad Ulisse Sartini. (Articolo pubblicato su “&co. Magazine”, maggio 2009)

Quali che siano le muse a cui si ispira, quali gli dei che gli offrano aiuto e quali le sirene che ascolti, legato stretto al suo cavalletto di legno, come san Sebastiano alla colonna, Ulisse Sartini dipinge un’arte che ritorna a sé stessa, che somiglia sempre al suo padrone. Pulita, audace, toccata da un narcisismo velato, mai esagerato né presuntuoso. Ma sufficiente, perchè dalle sue opere, i ritratti (e non) disseminati per l’appartamento-atelier milanese, scaturisca, sincera (e senza connotati biblici), l’esclamazione “ecce homo”: ecco l’uomo. E’ fatto così, e io ve lo mostro, mettendolo in posa davanti alla tela. “L’effetto è decisamente migliore quando conosco la persona che devo ritrarre” confessa l’artista “in quanto riesco a coglierne meglio le sfumature del carattere, tanto che alcune volte arrivo a commuovermi”. I soggetti dipinti vengono idealizzati, attorniati da elementi simbolici, di flora e di fauna, che ne rispecchiano la loro più intima essenza.  “Siamo ben lontani da un iperealismo dove la rappresentazione della realtà è senza secondi fini. Al contrario, tendo all’introspezione, ad andare in una profondità tale da ritrovare il mio io in ogni mio lavoro”. Un lavoro certosino di ricerca pittorica, quasi un labor limae, che parte da una tecnica nata nel periodo rinascimentale, fatta propria da Sartini fino all’ultimo respiro. “Si tratta di un metodo antico, oggi ormai desueto, nel quale il colore ad olio viene sovrapposto con velature, una sopra l’altra, in modo da trovare la tonalità voluta soltanto dopo alcuni strati”. I trattati di pittura quattrocenteschi e cinquecenteschi insegnano, e lui, Ulisse dal multiforme ingegno (come lo vuole uno dei tanti epiteti omerici), li ha imparati bene, anche a furia di vederli realizzati all’interno delle pinacoteche (si legga Brera, prima fra tutte) dai grandi Maestri suoi predecessori. “La mia è un rivisitazione dei valori stilistici che caratterizzavano il Rinascimento, riproposti in chiave moderna”. Quasi metafisica. Nel senso più purificatore del termine, di collocare oggetti “dopo” (oltre) la loro natura. Se De Chirico metteva orologi bislungi e bislacchi e omini di legno nelle piazze tempestose, i personaggi protagonisti dei ritratti di Sartni, che fanno parte ormai dell’immaginario culturale quotidiano (da Ezio Greggio a John Major, passando per Pavarotti, Verga e Pasolini, e per la Callas e il suo alter ego Fanny Ardant, dipinto usato nel lungometraggio omonimo di Zeffirelli), sembrano collocati fuori dal tempo, in uno spazio aulico, senza collegamento diretto con le loro vite, che riprende la sequela di canali dietro la Gioconda o i dipinti fiamminghi.  E pensare che all’inizio della sua carriera, Ulisse voleva fare il “moderno” sul serio (seguendo la tendenza artistica degli anni del boom), dedito alla scomposizione astratta, all’invisibile agli occhi decantato dal Principino di Saint-Exupéry, ma galeotto, in gioventù, fu proprio un autoritratto che mise in mostra le sue doti riguardo ai visi e alle loro proporzioni, umanamente infinite. Una volta spronato, dal gallerista Filippo Schettini, a continuare in tale direzione, Ulisse trovò pane per i suoi denti, e per quelli degli altri, che si fanno immortalare volentieri e volenterosi. Anche i due ultimi Papi, dei quali rimane il ritrattista ufficiale, i cui dipinti si trovano ora in Vaticano. “Cominciò tutto perché a Roma piacque particolarmente il ritratto che feci per il Cardinale Agostino Casaroli, ora esposto a Piacenza, di conseguenza mi chiesero di dipingere anche Sua Santità”. E dato che i Papi non posano, Ulisse fu sommerso di materiale fotografico, direttamente dall’Urbe. “Per me, che sono fortemente religioso, una conquista che devo alla mia famiglia, cattolica praticante, rapportarmi con i due Pontefici, incontrarli e vederli inaugurare i miei lavori, furono emozioni indescrivibili”. Di Woytila, seduto, con una languida veduta di piazza San Pietro alle spalle, si sente il peso della responsabilità del suo Ufficio, di Ratzinger, in piedi sulla tre quarti, tra le mani un crocifisso, sembra trasparire la voglia di restare attaccato alla fede. “Di Benedetto XVI, ho dipinto anche un mezzo busto in cui sorride, un tondo dal quale è stato ricavato un mosaico per la Basilica romana di San Paolo Fuori Le Mura”. Escluso il Vaticano, sono diciassette le chiese che espongono le sue pitture religiose, due si trovano in Afghanistan, nella chiesa presso l’ambasciata italiana: l’unica cattolica del Paese a cui affluscono anche gli occidentali che non sono del nostro Credo. Da sfondo alle sue opere, siano esse angeli o chierici, creature mitologiche o ritratti, troviamo spesso gli Embriocosmi. “Costruzioni geometriche, dove niente è lasciato al caso, che rappresentano come io vedo l’arcano e la magia della Creazione, edificata sovente sui quattro elementi di acqua, terra, aria e fuoco” Il nome a questa serie di dipinti, che Ulisse porta avanti in parallelo ai lavori figurativi, gli fu suggerito dall’amico e critico Pedro Fiori, autore del volume “Sangue e Cosmo”.Non a caso, i motivi in essi ricorrenti sono sferici, perfetti e completi: ricordano i pianeti rotanti della medievale (e religiosa) concezione tolemaica del Cosmo, quando ancora la Terra ne era il centro. Un anno fa, un grande Embriocosmo fu portato alla Banca di Piacenza (sede di Milano). Non di rado, privati ed istituzioni li chiedono per ornare le pareti. Nei colori cangianti, caldi o freddi che siano, c’è sempre un punto ( o più d’uno) da cui la luce si espande, specchio di un etereo, ed eterno, movimento nascosto. La sua, è una “bella pittura” (il Maestro è di fama dall’Australia a Hollywood, dove la moglie dell’attore Ernest Borgnine gli commissionò un ritratto anni fa), comparabile ad un “dolce stil novo” che fa combaciare i gusti, palati fini e non, del critico e del pubblico. Ulisse, faber fortunae suae, in un Secolo Breve in cui gli slanci dell’animo sono concettualizzazioni amorfe, riporta le regole del chiasmo e della classicità. Controcorrente. E oggi, ancora semplice come la terra del piacentino che gli diede i natali nel ’43, vive tra i cimeli di un tempo andato, statue, poltrone, quadri, un crocifisso quattrocentesco e un busto di San Valentino con dentro un suo osso (reliquia), raccolti in onore della sua passione per l’antico, sa che la strada percorsa è giusta. Gli calza a pennello. Fin da quando, in prima elementare, vinse il primo premio del lucido Marga. Per il miglior disegno, si capisce.

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