Cartoline dal lager (articolo pubblicato su “&co magazine”, gennaio 2011)

Il lager di Bolzano

Matricola 9695. Lo chiamavano così i soldati delle SS all’interno del campo di concentramento di Gries, poco fuori Bolzano, lungo la via Resia. Ci arrivò nel giorno di San Valentino del 1945: aveva diciotto anni ed era un partigiano. Luigi Bozzini, nato e cresciuto a Pavia, sulle sponde del Ticino, subito dopo l’otto settembre ’43, formò, assieme ad alcuni suoi coetanei, il gruppo “Sirio” per resistere all’occupazione tedesca e ai rimasugli del fascismo. “Avevo visto i nostri soldati mandati al fronte male equipaggiati, poi, dopo l’armistizio, erano divenuti bersaglio dei tedeschi. Motivi che mi spinsero ad intraprendere la strada partigina: presto divenni il capo del nostro nucleo: il mio nome in codice era Alfa. Mettevamo in atto azioni di sabotaggio e di propaganda. A darci una mano c’era anche Monsignor Gandini: ci dava i volantini da applicare sopra i bandi del Maresciallo Kesslring e del Maresciallo Graziani”. I suoi genitori non ne sapevano nulla, rimasero ad occhi sbarrati quando, alle cinque del mattino, ai primi di gennaio del ’45, le SS portarono via Luigi: arrestato per aver consegnato una rivoltella ad un partigiano di montagna. “Durante l’interrogatorio confessai, anche per paura di essere pestato e rividi la pistola, appoggiata sul tavolo: mi venne il sospetto che fossi stato ingannato”. Dalla cattura alla deportazione, passò circa un mese. Poi, in corriera, vennero trasferiti da San Vittore nell’Alto Adige. Durante il tragitto, qualcuno riuscì a fuggire, di soppiatto, complice l’autista, ma per la maggior parte dovettero restare incollati ai loro posti, stipati sul pavimento dell’automezzo, coi mitra puntati contro. Il Lager di Gries, sotto il comando delle SS di Verona, fu costruito per fungere da smistamento: da qui partivano le vagonate di internati, per giungere ad Aushwitz, Bergen Belsen, Mathausen e così via. Il Maresciallo Haage e aguzzini come Otto Sein (ancora oggi ricercato) e Michael Seifert, detto “Misha” (ergastolano dal 2000 e scomparso di recente) sono tragici frammenti della storia del campo. Bozzini fu mandato nel blocco K, tra i prigionieri politici, con un triangolo rosso cucito sul petto, all’altezza del cuore.I primi tre giorni non vide una briciola di cibo, nei successivi divise la sbobba con altri deportati, mangiando da una sola ciotola, come fanno i cani. “Ci chiamavano sottospecie di uomini, per vestirci ci diedero vecchie divise militari, per mangiare un cucchiaio e una gavetta. Il cibo era poco, continuava a diminuire e presto mi resi conto che eravamo destinati all’eliminazione, quindi chiesi di lavorare fuori dal campo, per sperare poi in una fuga”. Uscire dalle recinzioni spinate, significava anche mangiare, ogni tanto, una razione supplementare di ministra, un uovo e il castagnaccio. La scelta di Bozzini non fu vana, tanto è vero che una sera, tornando alla sua baracca, la trovò vuota: i deportati erano stati trasferiti, pronti per andare in Germania. L’aveva scampata bella. Anche se poi, il treno, già carico di persone destinate ai campi di sterminio tedeschi, dovette far ritorno a Gries: gli alleati avevano bombardato la ferrovia. “Il lager era sovraffollato, nei primi giorni di aprile fui mandato in val Sarentino, a nord di Bolzano, dove c’era un campo ausiliario, per lavorare in una serie di gallerie dove i nazisti si stavano organizzando per una resistenza ad oltranza”. A fine aprile, gli americani fecero saltare l’avamposto tedesco e loro, deportati vestiti di cenci, furono lasciati liberi. Il comandante della Tod (Organizzazione Militare del Lavoro) diede a tutti i prigionieri un foglio di licenziamento, come si fa con gli impiegati, e gli disse che la guerra era quasi finita, di tornare a casa. “Ci allontanammo a piedi, con solo quel che portavamo addosso. Rifocillati da un canonico di Bolzano, riuscimmo ad arrivare a Trento, poi, a Torbole, ci aiutarono le truppe americane e a Brescia fummo ospitati da altri partigiani. Il sei maggio raggiungemmo Milano, in tempo per assistere alla sfilata del Comitato nazionale di Liberazione”. “Ricordo che sulla via del ritorno incrociammo i tedeschi che ritiravano e i repubblichini di Salò che scappavamo: con alcuni ci si salutava, giusto un cenno: ormai era tutto finito”. Oggi, a ottantre anni, Luigi Bozzini, davanti ad un caffè (macchiato), sorride ripensando alla gavetta vuota o ad Otto Sein che voleva fargli la pelle solo perché, per sbaglio, l’aveva urtato tra la folla. Come si fa a dimenticare, mi chiede. Il ribelle di città ha ancora davanti agli occhi i meli in fiore della val Sarentino e negli orecchi il rumore degli stivali lucidi dei soldati della Wehrmacht che calpestavano la neve, appena fuori dalle baracche.

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