Enrico Beruschi, dal Drive-in alla Lirica (articolo pubblicato su “&co. Magazine”)

Come molti ragazzi vissuti a cavallo degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, anche i genitori di Enrico Beruschi ascoltavano Lirica. Tanto da lasciare in eredità la loro passione al figlio, che solo ora, dopo una carriera da cabarettista e comico televisivo, la riscopre. “Quando ero piccolo e avevo la febbre, mia madre cantava per tenermi compagnia, così come faceva anche quindici giorni prima di andarsene, ormai novantaduenne. Intonavamo le arie alla casa di riposo e lei, incredibile ma vero, se le ricordava meglio di me!” Alla frontiera della Lirica, conquistata da qualche anno dal nostro protagonista, torneremo più avanti. Andiamo con ordine. Da quando Enrico Beruschi non cantava ancora “Cacao meravigliao” circondato da prosperosissime Pin-Up, ma sedeva dietro una scrivania, a fare il ragioniere. Diplomato nel 1960 al “Carlo Cattaneo” del capoluogo lombardo, sua città natale. Il suo tram-tram quotidiano da impiegato si interruppe bruscamente (quasi tragicomicamente direi) nel luglio del 1972, quando Walter Valdi (cabarettista di fama nazionale) lo spinse ad esibirsi al Derby Club di Milano, sicuramente consapevole delle sue potenzialità istrioniche. “Mi ci ha letteralmente buttato, sulla scena” scherza Enrico “Poi, il cinque novembre dello stesso anno, debuttai ufficialmente”. Diviso tra ufficio e cabaret, Beruschi dorme poche ore per notte, quando arriva a casa alle tre del mattino, dopo gli spettacoli. L’anno di svolta fu il 1974. “Mi sposai e abbandonai l’ufficio, nonostante fossi già a livelli dirigenziali, per dedicarmi totalmente alla comicità. In questo senso, mia moglie fu fondamentale nel darmi gli stimoli che mi servivano per fare un salto così gigantesco”. Contando che, all’epoca, Beruschi aveva già trentatrè anni. “Devo invece notare come i giovani di oggi coltivino poca speranza” commenta, ripensando alle sua scelta, tanto drastica quanto gratificante. “Sembrano seriamente terrorizzati dal futuro e faticano a mettersi in gioco, a rischiare”. Comunque, dal palco passò rapidamente alla “buona maestra” televisione, con qualche parentesi di celluloide, approdando, dopo programmi quali Non Stop e Luna Park, al fortunatissimo Drive-In. L’antesignano, il progenitore, dissacrante e sfavillante, dei vari Colorado Cafè e Zelig-Off. Dove le giacche erano cosparse di improbabilissimi brillantini e rinforzate da vistose spalline, dove si davano ordini (invano) ad un cane, dove il pubblico si aggirava per la scena, vestito all’americana, masticando big-buble, dove Dr. Beruscus parodizzava gli Addams e Beruscao diventava l’ultimo lascito delle telenovalas stile Topazio. “Ciò che caratterizzava il programma di Antonio Ricci era la satira, qualità che nella televisione odierna si è persa.

Beruschi intorno alla metà degli anni ’80. Erano i tempi di Beruscao e del Dr. Beruscus

Nella comicità di oggi è marcatissimo il contrasto tra la mancanza di fantasia e l’eccesso di estrosità”. Le originalità latitano, mentre le vecchie battute spesso sono passate al risciacquo. “Più che altro, è che la satira, per definizione, dovrebbe essere pungente, far sorgere dubbi, invece diventa semplicemente propaganda politica, dall’una o dall’altra parte. Imputo queste lacune ad una mancanza di applicazione che contraddistingue le nuove generazioni di comici”. Troppe volte fossilizzati sulla battuta d’effetto, quasi demagogica, che il pubblico si aspetta. Una sorta di risata pilotata, di applauso imposto che non giova alla spontaneità. Forse c’entra anche quell’inibizione a mettersi in gioco di cui si parlava prima, di adagiarsi su una base solida ma non rinnovabile. “Come altri attori della mia generazione, sono maggiormente disposto al cambiamento. Basti pensare che, una decina di anni fa, mi sono buttato a capofitto nel mondo della Lirica, dopo anni che, oltre che alla televisione, mi dedicavo con soddisfazione alla prosa”. Un’altra scelta di vita artistica che ritrova il suo auspicio parecchi lustri or sono, nel primo contatto adolescenziale con l’arte di Tersicore: la visione della Traviata alla Scala milanese, con l’indimenticata Callas. La finalità di “Zio Enrico” è di trovare spunti di attualità all’interno di Opere scritte secoli fa, quindi presumibilmente non sempre adatte ai gusti canori moderni, in modo da renderle accessibili anche ai più giovani. Portando idee talmente originali da piacere anche al Maestro Riccardo Muti. Cominciò tutto a Trieste, nel 1995, con la Giuditta di Franz Lehàr. Un’operetta considerata anche migliore rispetto alla più celebre “Vedova allegra”, ma poco diffusa, in quanto, ai tempi, fu ritirata dalla circolazione dal Duce a causa dei suoi contenuti giudicati poco patriottici. Continuando con il Don Pasquale di Donizzetti, fino ad arrivare alla regia (più interpretazione) del Pimpinone di Teleman. “Non importa che le opere siano poco conosciute, quel che vale è far risaltare la loro fruibilità”. E Beruschi confessa di avere già in cantiere altri progetti, alla faccia dell’inibizione a mettersi in gioco. Ma prima viene il Natale, da passare con la famiglia, presenziando anche ad alcuni pranzi di beneficenza. “Mi piace tenere allegri i convitati, essere utile partecipando alla Festa in loro compagnia. Girando di tavolo in tavolo, a contarla su, senza pretese se non quella di stare insieme”. E bravo Zio Enrico, anzi ormai nonno Enrico, che si dà da fare come avesse la metà dei suoi anni. Addirittura ha preparato un Cd in cui vuole spiegare i trucchi del mestiere del cabaret: una specie di corso propedeutico per futuri talenti televisivi e non. Una sorta di eredità da parte sua, che manca dal piccolo schermo da diciassette anni. Forse perché, come ama ricordare, in fondo la televisione è soltanto un elettrodomestico, al quale preferisce la lavatrice perché ci sono i colori e non dice cavolate.

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