Mare romantico (racconto pubblicato nell’antologia “Cronache da Rapa Nui”, CFR edizioni)

painting_of_sea_and_sand_1680x1050_wallpaperDi sassi ne vedo pochi. Dicevano che sabbia non ce n’era, invece qui è tutto sabbia. Il mare non l’avevo mai visto. Dalle dune, dove sono seduto, ultimo baluardo della mia comunità, non vedo il fondale. Oggi è troppo torbido: soltanto una massa ingombra di acqua, sole e polvere. Mi avevano detto che pioveva sempre su questo lato della Terra. Non una nube, nemmeno foschia o velatura, neanche per sbaglio. Vento. Tanto, troppo. Le orecchie sono cotte, gli occhi, sempre a fessura: non li apro che di sera, quando l’ultimo sole sembra un piatto che cade dalla tavola apparecchiata. Qualche giorno fa, gli stracci sono volati via dai pali di legno fino alla riva; mi è subito venuto l’istinto di recuperarli, come se avessi dovuto salvarli. Ma c’era troppa luce per muoversi. Sono rimasto con la faccia nell’incavo del braccio, tenendo fuori gli occhi, umidi di salsedine; fermo a sentire il rumore della mia strizza. Non ne valeva la pena, andare fin laggiù, afferrare gli stracci e rifare la capanna. Ne avrei fatto a meno. Come ormai avrei fatto a meno di tante altre cose. Mi ero portato dietro davvero poco. Sapevo che bastavano i vestiti che avevo indosso, una croce al collo, che non si sa mai, qualche provvista, quello che sono e tutto quello che ho visto per arrivare fino qui. Ci provo, ma non riesco a dimenticare quei posti senza senso: ho impiegato mesi ad attraversarli, in silenzio, come quando si cammina tra i giocattoli sul pavimento. Potevo sentire i miei passi tra i rimasugli di ciò che era stato; avevo l’impressione di essere in una chiesa, quando si è in fila per la comunione. E poi c’era quell’odore acre, come di qualcosa andato a male. Mi viene in mente e mi rannicchio come un pulcino dentro l’uovo. La memoria è il carico più pesante. Un fardello che mi curva, come quel vecchio che portava la carretta, passava dal paese e faceva il verso alla mula, sua compagna: aveva solo lei. Così io ho soltanto me. Frykman_Sand_DunesNeanche il fieno. Tanto da mangiare ne ho ancora, ma non per molto. E’ finito quasi tutto ai primi giorni, quando mangiare voleva dire camminare lungo la costa, cercare di piantare i pali nella sabbia e mettere gli stracci. Scavavo con le mani: sanguinavano e la sera le tenevo in grembo come la mamma culla il suo bambino. Le mie mani diventavano piccole e dolevano, mi addormentavo con la testa appoggiata alla duna solo perché il vento calava e il sangue si raggrumava. Adesso le mie mani sono a posto. Ho finito di scavare, la tenda è fatta e disfatta. Restano appena i pali. L’unico lembo di straccio che la natura m’ha lasciato è una bandiera scura. Sventola e svetta, contrasta col bianco tutt’attorno, che quasi me ne vergogno, anche se non scorgo nessun altro da settimane. Solo pochi animali, non miei simili comunque. Sembrano cani randagi. Di giorno si nascondono e dormono nelle grotte scavate nelle dune dall’acqua, anche a loro dà fastidio la luce. Li vedevo girare di notte. Mi sentivo mordere i piedi, ma era un’impressione: in realtà annusavano a un centinaio di metri da me, magri come steli di papaveri. Poveri vigliacchi, sarebbe stato così facile aggredirmi: sono indifeso, alla belle meglio posso lanciare sabbia o qualche bastone. Ma se sono cani, dico io, sono stati per troppo tempo addomesticati, hanno la mente dell’uomo nel sangue, come il fumatore ha il suo tabacco impregnato nei vestiti, negli occhi hanno il viso scarno del padrone e nel naso l’odore delle sue scarpe. Stentano a venirmi vicino: per loro sono ancora un re, anche se sconquassato e intorbido, come il fondale dell’acqua lì sotto. Ma è da una settimana almeno che non li vedo più. Saranno morti, che erano già più di là che di qua. Non so nemmeno se vivano in branco, non l’ho capito, ma forse, assieme, cacciano soltanto. Comunque sono l’unico esempio animale che mi sia rimasto. Da qualche giorno, al tramonto, quando ci si può muovere, come gli scarafaggi a luce spenta, gironzolo su e giù per le dune. Anch’io annuso le piante e raspo nella sabbia, a cercare avanzi di cibo, anche se so di non trovarne. Perché non c’è niente, perché quei cani si sono già mangiati tutto. Probabilmente è per questo che sono morti: perché non c’è più cibo. Quando finiranno le mie provviste ci sarò costretto: dovrò scendere all’acqua per i pesci. Non mi è mai piaciuto il pesce!

Sono sceso in riva al mare, perché la roba da mangiare è praticamente finita. La sabbia è più soffice qui giù, quasi scivola e riempie le orme. Dal mare viene la mia salvezza, lo so perché me l’hanno detto prima che partissi e camminassi a lungo, come tra due filari d’uva infiniti. Immagino che il mare sappia di thè. Ne vorrei un’enorme tazza ogni mattina. Mentre aspetto, ci lancio dentro i sassi, con una mano sulla fronte per vedere dove vanno a finire, come fossero biscotti da sciogliere o dadi per fare una buona mano. Se vinco, mi salvo.

Tommaso Montagna

 

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